Un selfie dagli Uffizi

Uffizi: Il rinnovamento di un museo e il mutamento del suo pubblico

 

Da quando quella notte del 1993 mi svegliai terrorizzata per il rumore della bomba che devastò l’Accademia dei Georgofili e parte delle sale degli Uffizi, il museo non ha mai smesso di restaurare opere e sale e migliorare la fruizione con nuovi allestimenti museografici. Nel 2017, ha cambiato anche strategia di comunicazione con la progettazione del logo e dell’identità visiva, un nuovo sito web con descrizione delle opere e archivi digitali, l’apertura di account sui social e del merchandising coordinato delle “Gallerie” degli Uffizi, sottolineando la continuità del percorso che comprende non solo gli Uffizi ma anche Palazzo Pitti e il Giardino di Boboli, collegati tramite il Corridoio Vasariano. Quest’anno, a maggio 2019, ha aperto ben 14 nuove sale. Essendo fiorentina, ho vissuto questi cambiamenti e oggi ritorno con la curiosità di vedere se gli Uffizi si siano aggiornati anche dal punto di vista tecnologico per accompagnare il visitatore durante la visita.

Innanzitutto, sono andata sul sito ufficiale delle Gallerie degli Uffizi www.uffizi.it (progettato da Cantiere Creativo in collaborazione con il Dipartimento Digitale degli Uffizi) – evitando scrupolosamente i bagarini online! – e ho prenotato giorno e orario dell’ingresso e pagato il biglietto. Questa procedura (online o telefonica) ha un costo aggiuntivo (4 euro) ma ha ridotto notevolmente la mia coda all’entrata del museo a soli 15-20 minuti. Purtroppo, la prenotazione non rilascia il codice del biglietto, pertanto, la mattina stessa della visita, ho prima di tutto dovuto ritirare il biglietto (ingresso 3) e soltanto dopo mi sono potuta presentare all’ingresso della galleria (ingresso 2) e iniziare la visita.

Appena entrata ho avuto conferma che non c’è una app ufficiale degli Uffizi: mi hanno chiesto “a cosa le serve? C’è l’audioguida!”. Ho iniziato la visita e nelle sale non ho notato neanche un touchscreen. La modalità di visita, dunque, è stata molto simile a quella che si poteva fare negli anni novanta del secolo scorso. Peccato, perchè il pubblico nel frattempo è cambiato. 

Poi, la mostra di Giacomo Zaganelli “Grand Tourismo” (prorogata fino al 15 settembre 2019) mi ha fatto capire che gli Uffizi stanno effettuando ricerche sul campo per osservare la nuova relazione che si sta instaurando tra gli spettatori e le opere e ripensare le funzioni del museo. La mostra nasce da un progetto in collaborazione con le Gallerie degli Uffizi ed è curata dallo stesso direttore, Eike Schmidt, insieme a Chiara Toti. Si compone di video, realizzati dall’artista col suo smartphone, che riprendono ciò che accade davanti alle opere del Botticelli e non solo. Le immagini di visitatori che fotografano le opere e si fanno dei selfie davanti ad esse, fanno riflettere sull’identità del turismo di oggi e la distorsione della visita, generata dalla consuetudine di osservare attraverso un obiettivo.

Mi è tornato alla mente il saggio “POST. L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibiltà sociale” (2019) in cui Francesco Bonami spiega che non funziona più un’arte nella quale non possiamo entrare, che sembra disinteressata alla nostra vita. Oggi, il sex appeal dell’opera d’arte originale, che Benjamin vedeva defunto, si è trasformato in social appeal, accessibile a tutti. L’aura è rimpiazzata dall’eccitazione; il senso del sacro dal fatto che l’opera è divenuta un luna park. Non viviamo più nella Civiltà del Rinascimento ma nella Civiltà del Riconoscimento. Tuttavia, Bonami pensa che postare un selfie con un’opera famosa aiuti altra gente a fare lo sforzo di andarla a vedere, allargando i propri confini culturali. Sarebbe aupicabile poter mettere un “mi interessa”, “mi preoccupo” o un emoji col cuore, anzichè un semplice “mi piace” al post di un selfie con un’opera d’arte.

Per questo, a mio avviso, le tecnologie, se ben sfruttate, potrebbero essere utili per migliorare la fruizione e la comprensione delle opere e del museo. Si potrebbero adottare soluzioni tecnologiche, sia nelle sale, sia per i dispositivi mobili dei visitatori, per esemplificare concetti cardine del contesto artistico e culturale e accompagnare i visitatori, dando loro più consapevolezza, aiutandoli a capire qualcosa in più di quelle opere accanto alle quali scattano i selfie.

Sarebbero utili anche per comprendere meglio il contesto artistico-culturale di alcune mostre. Ad esempio, quella curata da Dora Liscia Bemporad – ricordo ancora quando seguivo le sue lezioni all’Università di Firenze! – e Olga Melasecchi su “Tutti i colori dell’Italia ebraica. Tessuti preziosi e stoffe dall’antica Gerusalemme al prêt-à-porter moderno” (fino al 27 ottobre 2019). Non dimentichiamo che i musei sono un’occasione di conoscenza dei diversi punti di vista di più culture e che sono visitati da persone provenienti da tanti paesi, con differenti lingue e differenti background culturali. Non possiamo pretendere che basti la descrizione di un’opera – scritta o ascoltata – per afferrarne davvero il significato.

Al di là di queste riflessioni, penso che gli Uffizi continuino e continueranno ad essere un grande museo. E non lo dico per il numero dei visitatori annui (che a mio avviso non determinano l’importanza di un museo) ma per la densità di opere cardine per la storia dell’arte occidentale, uniche e preziose che custodisce, per l’identità culturale che rapprensenta, non solo per la città di Firenze ma per l’Europa e per il mondo, e per l’ammirevole e instancabile volontà che continua ad avere nel cercare di migliorarsi. E chissà che, attraverso la ricerca, le Gallerie degli Uffizi ci stupiscano, in futuro, trovando soluzioni innovative per rendere più consapevoli i visitatori, anche quelli mordi e fuggi!

Laura Pederzoli
(Foto © Laura Pederzoli)